3 dicembre 2008 | |

Il commercio elettronico in Italia cresce ma è in ritardo rispetto all’UE

Punto Informatico ha pubblicato un’interessante analisi sullo stato del commercio elettronico in Italia, sulla base dell’indagine annuale dell’Osservatorio sull’eCommerce B2c del Politecnico di Milano, in cui si conferma la difficoltà che incontra lo shopping online nel nostro Paese, ma anche la bontà del lavoro fatto dai soggetti che operano in questo settore ancora di nicchia.

Negli Stati Uniti il fatturato del settore è stimato in 270 miliardi di dollari nel 2008, mentre nell’Unione Europea, sarà di 170 miliardi di Euro. Per quanto riguarda l’Italia, secondo le stime dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, nell’anno in corso la cifra del fatturato sarà di soli 6 miliardi di Euro. Si tratta di un dato modesto, che è pari ad 1/3 di quello francese, 1/5 di quello tedesco, 1/10 di quello britannico.

Se si pensa poi che le transazioni online sono solo l’1% del fatturato commerciale complessivo italiano, quando in Europa l’e-commerce ha un’incidenza media sul totale del 10% circa (anche se i dati non sono prodotti dalla stessa fonte), il quadro che ne esce è quello di un Paese molto arretrato.

A dare un po’ di ottimismo per il futuro del commercio elettronico in Italia è l’aumento costante dei volumi di vendita con tassi di crescita annua sempre superiori al 20% da 7-8 anni a questa parte. Si tratta di capire se il ritardo verrà colmato, o se la crescita sarà anche del resto dei paesi europei, con l’Italia sempre ad arrancare.

Venendo all’analisi dei soggetti che operano nel settore in Italia, si possono fare alcune distinzioni. La prima, fra alcuni grandi soggetti che fanno il grosso del fatturato (circa il 75%), e un pulviscolo di “player” medio-piccoli che occupano nicchie di mercato, le più varie come settori merceologici. La seconda, fra soggeti nati e cresciuti in rete, e aziende consolidate che hanno aperto negozi online per differenziare i canali di vendita.

Da notare è l’assenza di molte grandi catene della distribuzione. In alcuni settori merceologici, nota Punto Informatico, addirittura, i marchi tradizionali sono assenti o rappresentati online da una sola realtà: nel comparto alimentare, ad esempio, c’è solo Esselunga, nel settore librario Feltrinelli, nel settore elettrodomestici Media World è l’unico e-commerce degno di questo nome.

Il settore più sviluppato è quello turistico, che vale 3,4 miliardi di Euro, pari al 56% del totale nazionale, seguito da elettronica di consumo (9%) e assicurazioni (7%). Da notare che il 70% del fatturato si produce attraverso la vendita di servizi, e solo il 30% attraverso quella dei beni fisici. Nella Top20 italiana ci sono solo due aziende attive nel ramo prodotti (Yoox, ed eBay). All’estero invece la proporzione si ribalta, 30%-70% .

Dall’analisi emerge che il commercio elettronico in Italia sconta ancora la partenza molto rallentata nell’adozione di Internet negli scorsi anni, ma anche limiti strutturali. I limiti dei servizi di spedizione, ad esempio, sono un forte ostacolo, così come la scarsa diffusione della banda larga.

Ma i problemi principali sono culturali, addirittura antropologici. Gli italiani siamo diversi in quanto a comportamento d’acquisto, più portati alla relazione personale, e sono diffidenti verso le carte di credito ( in Italia il 90% delle transazioni totali al consumo sono ancora in contanti). Ma non solo i consumatori, anche i produttori e i distributori hanno una mentalità anti-commercio elettronico. Punto Informatico cita in proposito il parere di Fabio Pieroni di Media World:

“Solo di recente sono scesi in campo, accanto a noi, altri operatori della distribuzione moderna e comunque in generale sono ancora assenti i nomi importanti della grande distribuzione food che tanto avrebbero potuto contribuire a rendere questo mezzo più di “massa” […] Le insegne più conosciute, quelle che più facilmente potrebbero vincere la fiducia dei consumatori, non vanno online, o ci vanno in modo molto timido. Con conseguenze negative per sé e per tutto il comparto, peraltro, giacché la presenza di marchi familiari potrebbe attirare online una parte dei consumatori che fino ad oggi non si sono fidati.”

Vari fattori si sommano: ritardo culturale vero e proprio da parte del management, volontà di mantenere un controllo più diretto sulla filiera che porta all’acquisto finale, sino alle esigenze degli altri intermediari classici, distributori e grossisti, che vivono mediando le relazioni tra produttori e negozi. Ci sono aziende che chiedono espressamente di non veder pubblicati i dati sulle loro vendite online, per non creare dissapori con i gestori dei negozi fisici.

In conclusione, secondo l’analisi di Punto Informatico, l’e-commerce italiano è un universo a due facce: da una parte un’avanguardia di organizzazioni dinamiche e più o meno innovative, capaci di alimentare una crescita sostenuta e contribuire positivamente allo sviluppo complessivo del paese. Dall’altra una maggioranza silenziosa e pressoché immobile, che continua a guardare internet con diffidenza e da lontano.

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